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L’energia di Jacopo Sipari per il 2024 a Lipsia

AttualitàL’energia di Jacopo Sipari per il 2024 a Lipsia

Quattro concerti per il direttore abruzzese che chiude e aprirà il nuovo anno insieme alla violinista Abigeila Voshtina alla Gewandhaus di Lipsia alla testa della Leipziger Symphony Orchester. In programma Mendelssohn, Mozart, Mascagni e Strauss padre e figlio

La responsabilità di duecentottanta anni di storia e tradizione nella punta della bacchetta del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, il quale chiuderà il suo 2023 e darà inizio al suo new deal e al nostro 2024 dal podio della Gewandhaus di Lipsia, alla testa della Leipziger Symphony Orchester.

Poche altre istituzioni sono state così partecipi dello sviluppo della tradizione musicale sinfonica: nella Gewandhaus furono eseguite tutte le Sinfonie di Beethoven ancora ai tempi in cui visse il compositore; tra queste mura la prima esecuzione mondiale del ciclo sinfonico di Bruckner e di Sˇostakovicˇ negli anni Settanta del ventesimo secolo. Alcuni dei più celebri maestri direttori sono stati Felix Mendelssohn-Bartholdy, Arthur Nikisch, Wilhelm Furtwängler, Bruno Walter; Kurt Masur e Herbert Blomstedt questi ultimi oggi bacchette onorarie in Gewandhaus.

“Sono profondamente commosso per questo incredibile appuntamento – ha dichiarato Sipari appena avuto notizia dell’annuncio ufficiale – che mi emoziona fortemente.

Dirigere in una delle sale più prestigiose del mondo è una esperienza unica che sono felicissimo di condividere con la grande violinista e amica Abigeila Voshtina”.

Quattro i concerti in programma nella Mendelssohn Saal, la pomeridiana del 30 dicembre alle ore 18, doppio SilvesterKonzert  fissato per il 31 Dicembre alle 17,30 e alle 20 e il I Gennaio il tradizionale Neujahrskonzert alle 16.

S’inizierà con la scintillante ouverture del Die Fledermaus, un pot-pourri dei temi dell’operetta di Johann Strauss jr. dal valzer alla polka, al grande solo dell’oboe, fra loro collegati da qualche battuta in La, che entra nell’ascoltatore per scuotergli nel profondo le due metà che compongono l’uomo, ragione e sentimento, regole e trasgressioni, col suo celebre valzer Du und Du.

Un concerto fuori dal tempo,  l’op.64 in mi minore, quello che andrà ad eseguire la violinista Abigeila Voshtina, nella sala dedicata a Felix Mendelssohn-Bartholdy, il quale lo compose nell’estate del 1844, in Bad Soden, pressato da una parte dalla baronessa Bunsen, per una versione musicale, mai realizzata, dell’Orestea di Eschilo; la Coventry & Hollier, che sollecitava una revisione delle opere per organo di Bach, alcuni concerti al festival di Zweibrücken, dove Mendelssohn era direttore per il Paulus e Die erste Walpurgisnacht.

E poi c’erano gli impegni organizzativi che giungevano proprio dal Gewandhaus e dal neonato Conservatorio di Lipsia. La sua vacanza fu proprio la composizione di questo Concerto per violino, destinato a conquistare il pubblico fin dalla prima esecuzione, avvenuta il 13 marzo 1845 al Gewandhaus di Lipsia, con Ferdinand David solista e il danese Niels Gade sul podio.

Il contatto con la dimensione temporale si fa labile fin dalle prime battute di questo concerto: uno sfuggente gesto d’accompagnamento da parte dell’orchestra, e poi via, subito l’intervento del violino.

La scelta di eliminare il tradizionale schema della doppia esposizione non era affatto sconvolgente. Ciò che lascia a bocca aperta è la sensazione che la composizione sia già cominciata qualche istante prima, in un luogo temporale che sfugge al tempo; proprio come accade spesso nelle composizioni di Schumann, si comincia la lettura di un libro lasciato aperto da un’altra mano.

E qualcosa di simile avviene anche con l’altra grande innovazione dell’Allegro molto appassionato: l’inserimento della cadenza al centro del movimento, invece che nella coda.

Anche in questo caso l’ascoltatore ha la sensazione di perdere l’orientamento, ma l’anticipazione smentisce il tradizionale scollamento della pagina solistica, per favorire un’integrazione molto più intima con il tessuto formale del brano.

Una nota tenuta del fagotto introduce il successivo Andante; ma su tutto il brano aleggia un misterioso senso di emanazione, probabilmente dato dall’anticipazione del secondo tema dell’Allegro molto appassionato, quando il clima si fa improvvisamente bucolico.

È quello squarcio en plein air ad allungare la sua ombra sull’Andante, la pagina in cui ogni battito sembra annullarsi in un orizzonte che ha definitivamente perso contatto con la nozione di tempo.

E anche il Finale è intimamente collegato al movimento precedente; il suo clima zampillante, chiaramente imparentato con le musiche di scena per Ein Sommernachtstraum di Shakespeare, è introdotto da un Allegretto non troppo che risveglia progressivamente la danza fantastica e immateriale conclusiva.

Quindi il sorriso di Wolgang Amadeus Mozart con l’ouverture delle Nozze di Figaro, il tono drammatico filtra qua e là, emoziona il frenetico, la musica trabocca limpidezza, sciorina brillìì, nella dissipazione di una giovinezza creativa, perfino snervante, in una ripetuta serie di garbetti, ritrosie, stoccate, morsetti, capricci, gridolii, tintinni e piumette.

La forza vitale di cui è intrisa la partitura è evidente, ma rivela anche altro: brevi fanfare, improvvisi scoppi di suono, crescendo che si collocano già vicini agli esempi rossiniani, repentini cambi di orchestrazione e di colore, uno spirito cavalleresco che anticipa anche la licenziosità dell’Allegro dell’ouverture al Don Giovanni.

A seguire, la Sinfonia n. 4 in La Maggiore op.90 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, “Italiana”, opera definita dallo stesso autore come “il lavoro più gaio che io abbia mai composto”.

Frutto delle impressioni avute da Mendelssohn nel corso del viaggio in Italia del 1831, la sinfonia è un “guizzo scintillante di luce mediterranea”, quanto mai desiderato e appropriato a descrivere in musica l’Italia più bella, di ieri e di oggi.

Il piglio brillante e l’animata eccitazione del primo tempo non intaccano la raffinata costruzione di una forma-sonata specialmente ricca di proposte e di sfumature, e lavorata con profonda attenzione anche dal punto di vista contrappuntistico.

Il secondo tempo è costruito su un canto di processione, passaggio quasi obbligato nelle escursioni musicali italiane dei romantici, col suo carattere vagamente popolaresco, con certi suoi andamenti di danza, col suo sapore, talvolta, modale.

Scorrevole e melodico risulta anche il terzo tempo “Con moto moderato”, che acquista vaghezza dall’indecisione intrinseca del modulo metrico utilizzato, ben definito e tuttavia oscillante fra il minuetto, lo scherzo e persine il valzer.

Il Saltarello rende un omaggio conclusivo, fresco e scintillante, al mito di una latinità solare, orgiastica, impetuosa.

L’Italia sarà rappresentata da Pietro Mascagni e dall’intermezzo della Cavalleria Rusticana, pagina dal grande afflato lirico, scritto come un’aria strumentale ricreante l’assolato ambiente siciliano, prorompente in una grande, passionale melodia.

Finale con la famigerata  Radetzky March, scritta da Johann Strauss prima di uscire dalla Gewandhaus per continuare a vivere  “la notte (che) abbella e il riso,/ in questo paradiso/ne scopra il nuovo dì”.

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