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    “Francesco mediatore tra Mosca e Kiev non come Capo di stato ma Pastore che ascolta”: il vaticanista Riccardo Cristiano

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    ROMA – “Papa Francesco si pone come mediatore nella guerra russo-ucraina non in qualità di capo di Stato bensì di vescovo di Roma, come pastore, perché è fedele alla linea diplomatica del Vaticano in cui l’obiettivo principale è evitare quella divisione in blocchi di epoche passate, da cui deriva la narrativa ‘buoni contro cattivi’, per restare aperti alla pace attraverso l’ascolto delle ragioni dell’altro. D’altronde, non sta al Pontefice prendere decisioni che spettano, da un lato, alla chiesa locale e, dall’altro, ai politici coinvolti“. Riccardo Cristiano è un giornalista esperto di Medio Oriente e vaticanista di lungo corso anche per la Rai.

    L’APERTURA DI MOSCA ALLA MEDIAZIONE DI STATI TERZI

    L’agenzia Dire lo contatta all’indomani dell’apprezzamento arrivato ieri dal Cremlino a una proposta di una mediazione avanzata da Paesi terzi, tra cui la Santa Sede. Lo scorso fine settimana il segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher, aveva detto: “Se fosse opportuno e necessario offrire gli spazi del Vaticano, come abbiamo fatto anche in passato, credo che il Santo padre accoglierebbe molto positivamente questa idea, se la domanda arrivasse dalle due parti, con tutte le buone intenzioni e con uno spirito di ricerca della pace, del dialogo e soprattutto con la volontà di mettere fine a questa terribile guerra“.

    IL MONITO DI BERGOGLIO PER “LA GUERRA MONDIALE A PEZZI”

    “Il Papa- ricorda il cronista- è stato il primo anni fa ad inquadrare il tema della ‘guerra mondiale a pezzi’ combattuta in tante regioni, quindi ben prima dell’attuale conflitto ucraino”. Una consapevolezza che sin dall’attacco russo del 24 febbraio scorso ha indotto il Pontefice a procedere per tappe: “Primo- argomenta Cristiano- bisognava evitare di tornare all’epoca dei blocchi, a cui invece in un certo senso stiamo assistendo. Significa mantenere uno sguardo oggettivo della realtà, che tenga conto di tutti gli elementi”. Un approccio diplomatico, continua l’esperto, “che la Santa Sede segue dal Concilio Vaticano II e la linea di Bergoglio a mio avviso non si è discostata molto da quella di Wojtyla, come invece certi analisti affermano”. Per entrambi i Papi, “il punto da cui partire è la testimonianza delle chiese locali”.

    Sul tema, Cristiano ricorda che Giovanni Paolo II, in piena Guerra fredda, “nel suo primo discorso al corpo diplomatico sollecitò il ritorno in Vaticano di tutti gli ambasciatori dell’Europa dell’est proprio perché convinto che la testimonianza debba arrivare dalle chiese locali, e non dai diplomatici“. Analogamente, “Bergoglio non si è pronunciato sul tema delle armi all’Ucraina“. Il giornalista ricorda che sollecitato dai giornalisti sul punto, “Bergoglio non ha né detto sì, per non assumere il ruolo di ‘cappellano militare’, né ha detto di no, per lasciare quella risposta alla chiesa cattolica locale, in osservanza appunto del valore della ‘testimonianza‘”.

    LE RAGIONI DEGLI STATI E LE RAGIONI DELL’UOMO

    Altro dato rivelatore di questo approccio secondo Cristiano sta nella lettera che il Pontefice ha scritto al popolo ucraino lo scorso 24 novembre, a nove mesi dall’inizio del conflitto: “Bergoglio non l’ha firmata dalla basilica di San Pietro bensì da San Giovanni in Laterano. Lo ha fatto per far capire che a parlare non è il monarca assoluto dello Stato vaticano, bensì il Vescovo di Roma e Pastore universale”. Una sottolineatura importante per suggerire “di non confondere i ruoli: il Capo di Stato sta con le ragioni degli Stati, il pastore sta con le ragioni dell’uomo. Chi attribuisce al Papa ruoli diversi, interpreta in modo strumentale le sue parole e le sue azioni”.

    Porsi come pastore contribuisce a veicolare anche un altro messaggio: “non è in atto uno scontro tra l’impero del bene contro quello del male“, l’Occidente buono contro la Russia cattiva. “Non perché si vogliano giustificare i crimini- chiarisce il giornalista- bensì perché è ‘l’impero del bene’ a non esistere“. Una visione “politica” con cui secondo Riccardo Cristiano “il Papa incoraggia ad ascoltare le motivazioni di tutte le parti. Ecco perché non ha voluto rendere visita solamente a Kiev: sarebbe stato come confermare l’ideologia dei blocchi e quindi indebolire l’iniziativa diplomatica vaticana”.

    Il fatto che Bergoglio dia priorità alle ragioni dell’uomo piuttosto che a quelle nazionaliste per Riccardo Cristiano “è evidente in un passaggio della lettera, in cui dice che i giovani ucraini sono stati costretti a prendere le armi rinunciando ai sogni per il futuro. Un discorso vicino appunto alle ragioni della popolazione“, più che a logiche geopolitiche.

    LA CHIESA FACILITA IL DIALOGO, MA LA PACE SPETTA AGLI STATI

    Per il giornalista però, l’ingranaggio si inceppa “quando ci si aspetta una via d’uscita alla crisi che tenga conto di tutte le diverse priorità delle parti: economiche, geopolitiche e di prestigio diplomatico. Ma un mediatore- avverte Cristiano- da solo non può riuscire in questa impresa. Il mediatore può solo facilitare la comprensione delle rispettive istanze. Come accaduto quando il Papa- ricorda ancora- ha favorito lo scambio dei prigionieri“. Il Cremlino a inizio mese, tramite l’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Advedeev, ha ringraziato il Pontefice di tale impegno fornito “a livello personale”. Un lavoro dietro le quinte che richiama ancora l’operato di Giovanni Paolo II.

    Ma perché dialogare con Mosca e non direttamente con il Patriarca della Chiesa ortodossa? “Credo che il soprannome di Kirill ‘chierichetto di Putin’ dica tutto” risponde il giornalista, che aggiunge: “Putin d’altronde è stato chiaro: vuole un colloquio tra Stati, accettando soggetti terzi, e la chiesa cattolica si è messa a disposizione col proprio ‘soft power’”.

    IL RUOLO DELLA CHIESA UCRAINA

    E la Chiesa ucraina? “Come molte dell’area- continua l’esperto- segue la tradizione orientale legata alla cosiddetta ‘teoria della sinfonia’, che consiste nella sintonia tra potere politico e spirituale, qualcosa che ritroviamo radicato nelle regioni di tradizione cristiana orientale e musulmana e sfiora il ‘cesaropapismo‘. Certo, i vescovi ucraini non sono nominati dal potere politico, ma è una teoria profonda che può condizionarli, alimentando la difficoltà a non individuare correttamente il ruolo del Vaticano“.

    Conclude il giornalista: “Quando prevale la dimensione pastorale, prevale la costruzione della pace. Quando prevale la dimensione nazionale, prevale la difesa dei confini. Ma in questa situazione è impensabile parlare solo di una o solo dell’altra. La sfida dei vescovi continua a leggere sul sito di riferimento

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