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    Mercato fine wines, nel 2022 valore italiani è cresciuto del 9,1%

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    Gorelli a askanews: nostro vino nuovo all’investimento, è opportunità

    Milano, 10 nov. (askanews) – L’idea di investire sui più ricercati vini di pregio nasce con la ‘place de Bordeaux’ e le vendite ‘en primeur’, quando i più grandi chateaux di una delle zone francesi più famose per il vino fanno degustare i campioni estratti dalle botte permettendo poi di acquistare determinate quantità ad un prezzo inferiore a quello con il quale uscirà sul mercato due anni più tardi. Oggi i cosiddetti “fine wines” rappresentano meno dell’1% della produzione mondiale e non sono solo quelli di Bordeaux e della Borgonogna che guidano gli investimenti nella Borsa londinese Liv-Ex, ma anche alcuni dei nostri Chianti Classico, Barolo e Barbaresco che rappresentano circa il 90% dell’intero volume di scambi del vino italiano. Tra le diverse società che operano nel settore c’é l’inglese Oeno Group, che gestisce investimenti per 50 milioni di dollari e che in Italia ha come suo “ambassador”, Gabriele Gorelli, il primo italiano ad ottenere la prestigiosa qualifica di “Master of wine” (MW).

    Alla domanda se altri nostri vini hanno la stessa capacità dei più celebrati celebri “super tuscan” (che rappresentano quasi il 58% degli scambi di italiani) e delle più pregiate espressioni del Nebbiolo piemontese di aumentare il proprio valore nel corso del tempo e quindi la possibilità di entrare nell’esclusiva cerchia dei “fine wines”, Gorelli spiega ad askanews che “la situazione è fluida perché quando si incomincia a guardare dentro una nazione come la nostra e ad una produzione così diversificata dal punto di vista stilistico, varietale e qualitativo, ogni nuovo trend è veramente un’opportunità”. “Sicuramente c’è la possibilità che i vini dell’Etna entrino a far parte di investimenti, che magari all’inizio saranno ad un orizzonte temporale più ristretto rispetto a quelli che oggi sono appannaggio dei vini toscani e piemontesi: sarà un po’ una prova e un tema per legittimare questi vini” continua, aggiungendo “il mercato reagisce a queste referenze nuove in diversi modi: ognuna deve avere un perché si rende collezionabile ed essere aperta all’investitore, che non è soltanto un collezionista ma uno che molto spesso investe nel vino come farebbe con le obbligazioni o la valuta o le azioni, usa il vino come uno strumento”.

    Il “Liv-ex 100”, l’indice che monitora l’andamento dei prezzi dei 100 dei vini pregiati più ricercati sul mercato secondario, negli ultimi due anni è cresciuto del 34,4%, mentre il Liv-ex 1000, che considera i mille vini delle aree più di pregio al mondo (840 dei quali sono francesi, 100 italiani e 60 del resto del mondo) è salito del 37,6% . L’indice italiano, che raccoglie cinque Super Tuscan e cinque produttori piemontesi, ha segnato una crescita di 9,1% quest’anno, del 29,8% nel corso degli ultimi due anni e del 47,8% negli ultimi cinque. Secondo Oeno Group anche la quota di mercato internazionale dei fine wines italiani è salita dall’8,8% nel 2019 al 15,1% nel 2020 e al 15,4% nel 2021, stabilizzandosi all’11,8% nel 2022. Il trend positivo che spinge un numero crescente italiani ad investire in questo settore è, secondo gli analisti del gruppo inglese attivo dal 2015, determinato dal fatto che “i vini di pregio sono un bene rifugio, come l’oro o l’arte, per proteggere i propri capitali dalle crisi economiche dovute all’instabilità internazionale”.

    Ma chi compra lo fa per assicurarsi una “chicca” che un giorno berrà o punta su un bene su cui speculare? La risposta che Gorelli fornisce ad askanews è articolata. “Va diversificato il tipo di vini che si comprano perché non è necessariamente in capo all’investitore questa decisione ma, come in ogni investimento tradizionale, è diversificata all’interno del proprio portafoglio” precisa, aggiungendo “poter comprare vini come ‘Dom Pérignon’ che per definizione esce sul mercato quando è già ‘bevibile’, con una maturità che lo legittimi a livello gustativo, è un modo di fare quello che in finanza è chiamato ‘short’: ce se ne accaparra sapendo che lo si può rivendere in qualsiasi momento, nonostante possa sopportare l’invecchiamento molto bene”.

    “In un investimento ci deve essere la possibilità di avere un titolo, un vino, un asset, liquido con cui si può uscire dall’investimento in maniera veloce e agile – chiarisce l’esperto – e allo stesso tempo servono quelle che oggi possono essere assimilate alle obbligazioni, quindi i ‘primeur di Bordeaux’, che magari dopo il rilascio cedono qualcosa e invece poi tornano a crescere sul lungo periodo con percentuali minime ma costanti”. “Esistono degli investitori che sono fortemente appassionati ma altri che sono molto più disincantati, è molto difficile indicare una percentuale” prosegue il MW, concludendo “se uno guarda nel portfolio di alcuni investitori vede che c’è chi investe solo in un’azienda, in una denominazione specifica o in alcune annate per questioni affettive o di occasione”.

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