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    Smart working, Calderone: modello vecchio, meglio regole non rigide

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    ROMA – Il lavoro a distanza, così come normato in Italia, è un modello che non risponde più alle esigenze di un mondo del lavoro profondamente trasformato da fattori come l’innovazione digitale, la necessità di competenze sempre più specifiche senza dimenticare i cambiamenti nei modelli organizzativi di molte aziende prodotti dalla pandemia. Ne è convinta la ministra a Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, che alla Camera ha partecipato alla presentazione del Rapporto Inapp 2022.

    “LAVORO AGILE, REGOLE SU MISURA PER LE AZIENDE”

    “Quanto questa tipologia di lavoro sia diventata pane quotidiano, e soprattutto parola di uso comune – ha spiegato Calderone – ce lo dice sicuramente il fatto che anche i bimbi oggi sanno che i loro genitori lavorano in smart working, però il modello normativo dello smart working, quello della legge 81 del 2017, non è quello che noi abbiamo sperimentato. E questo è l’esempio di una norma oggi vigente che è già vecchia rispetto a quelli che sono i modelli attuali. Ecco perchè c’è bisogno di un approccio nuovo che lasci indietro la prassi di delineare confini rigidi e che si proietti nella definizione di una piattaforma di diritti e tutele comune a tutti i lavoratori, a prescindere dalla tipologia di inquadramento, intervenendo poi su ogni singola tipologia con provvedimenti ‘ad hoc’ e attraverso un investimento sulla contrattazione di secondo livello in modo da cucire le regole sulle esigenze della singola realtà produttiva”.

    “IL DIGITALE UNA RIVOLUZIONE, CAMBIARE LE NORME”

    La titolare delle politiche sul lavoro nel Governo Meloni pone il tema della “rivoluzione tecnologica che ha frammentato i modelli di lavoro tradizionali. Già prima della pandemia abbiamo assistito – sottolinea – a una crescente ibridazione tra modello di lavoro autonomo e dipendente, ma con l’accelerazione tecnologica, questa tendenza si è ancora più amplificata creando certamente delle situazioni al limite dell’attuale normativa e altre completamente nuove, rispetto alle quali gli schemi del passato sono semplicemente invecchiati e non più in grado di dare risposte al mercato del lavoro. In questo senso, anche nella normazione c’è bisogno di un approccio nuovo”.

    “SPRECATI RISORSE E TEMPO, MA MANCANO COMPETENZE”

    “Il tema dell’aggiornamento – osserva la ministra – è una parte importantissima: le competenze di base non possono più bastare in un mercato in continua e accelerata evoluzione”. Ma a fronte di “una ricca offerta di percorsi di formazione” manca “una altrettanta forte partecipazione e le competenze acquisite rivelano spesso problemi di allineamento con le esigenze produttive. Stiamo sprecando risorse e tempo”.Quindi, “dobbiamo essere attenti a recuperare i livelli occupazionali pre-pandemia ma anche fare in modo che il lavoro flessibile nelle varie forme che abbiamo imparato a conoscere incontri competenze costantemente in aggiornamento tali da vanificare il rischio della precarietà. Come fare è spesso il punto di caduta dei buoni propositi”.

    “L’OCCUPAZIONE NON STABILE È PRECARIETÀ DI VITA”

    “Inapp ci dice che nel 2021 il 68,9% dei nuovi contratti sono a tempo determinato e nell’insieme il lavoro atipico rappresenta l’83% delle nuove assunzioni – commenta amara Calderone – una direzione che si sta rivelando una costante del modello di sviluppo occupazionale italiano e che si dimostra un requisito strutturale della ripresa post-covid. Non può che essere motivo di attenzione il fenomeno della precarietà, quando diventa precarietà di vita”. Sulle problematiche emerse Calderone promette che non si sottrarrà alle sue responsabilità e conclude: “Credo nel confronto, nel dialogo e soprattutto anche nella collaborazione con gli istituti e i soggetti che possono portare competenze e analisi profonde e approfondite di quelli che sono i fenomeni emergenti”.
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