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    Ma il Pd esiste ancora? O è rimasta solo la vecchia nomenclatura?

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    ROMA – “Si sono asserragliati dentro la sede del Nazareno e se ne fregano di tutti quelli che chiedono di dimettersi davvero e andar via, di cambiare gruppo dirigente al più presto perché andando avanti così il Pd sparirà“, mi dice una esponente di spicco Dem nel recente passato con incarichi direttivi e di Governo. È vero, gli attuali dirigenti Dem continuano come se nulla fosse: si fa il punto e si decide chi commenterà per la gioia delle tv questa o quella iniziativa del governo Meloni, pensando di aver fatto giornata.

    Basterebbe sentire qualsiasi esperto di comunicazione politica, anche il meno dotato, per sentirsi dire che anche quelle dichiarazioni mandate a memoria fanno perdere consensi e credibilità. Fa rabbia pensare che non ci sia più qualcuno che abbia il senso politico del momento, che sappia fare politica e non aspettare le iniziative degli altri.

    Altri che, come Calenda e Renzi a destra, Giuseppe Conte a sinistra, ogni giorno picconano il Pd e si fregano i loro elettori. Come dimostrano gli ultimi sondaggi che danno il M5S ormai avanti al Pd. “A marzo, quando forse si terrà il congresso che vuole Letta – aggiunge un altro Dem – andando di questo passo sarà un miracolo se i sondaggi ci daranno il 10 per cento”.

    Oggi proprio Giuseppe Conte ha rimandato a quel paese i Dem e quanti da quelle parti continuano a lavorare per il matrimonio (almeno) elettorale. Conte non ci sente, se ne frega, ormai la sua politica è chiara: far da solo e svuotare la parte sinistra di elettorato Dem. A partire dalle prossime Regionali nel Lazio, dove Nicola Zingaretti, il presidente uscente che ora si è piazzato alla Camera, ha governato insieme al M5S e che quindi doveva soltanto riconfermare quell’alleanza. Invece Conte ha incontrato i giornalisti e ha dettato le sue condizioni: per allearsi bisogna dire no al termovalorizzatore che vuole il sindaco di Roma, il Dem Roberto Gualtieri, a suo tempo scelto proprio dall’area ‘zingarettianbettiniana’.

    Insomma, per allearsi il Pd prima dovrebbe mandare in discarica il suo sindaco e la sua priorità di governo. Non se ne farà nulla e così alle elezioni ognuno andrà da solo a perdere: “Ma per Conte – spiega un esponente di spicco dei ‘grillini’ – a questo punto, visto anche il risultato nazionale, è meglio andare da soli, si perde meglio e si cannibalizzano consensi degli indecisi a tutto come il Pd”.

    Aspettiamo qualche giorno, quando ci sarà la presentazione del nuovo libro di Goffredo Bettini ‘Sinistra, punto e a capo’, dove l’autore si confronterà proprio con Conte. Si vedrà se scatterà l’orgoglio di partito, un minimo di difesa o resa a quello che il suo figlio politico, Nicola Zingaretti, incoronò come il punto di riferimento dei progressisti.

    Anche in Lombardia sta accadendo l’incredibile. Una regione governata dalla Lega e dalla destra da trenta anni diventa contendibile dopo la rottura di Letizia Moratti, che ha scaricato la coalizione di governo per candidarsi alla presidenza. Candidatura subito sposata da Calenda e Renzi, che in questo modo si inseriscono in una battaglia politica che era persa e che adesso invece può riservare sorprese. Il Pd che fa? Scavalcato da tutte le parti invece di ragionare e rompere l’assedio, con i vecchi dirigenti che hanno ormai l’opposizione nel Dna si son messi a mugugnare perché i bimbi cattivi hanno rubato il pallone.

    Un tempo magari, qualcuno che si occupava di politica, avrebbe fatto un altro tipo di ragionamento. La regione più importante d’Italia può essere strappata a chi ha governato finora, diventare un vero laboratorio politico in attesa delle prossime Politiche. Si poteva ragionare con donna Letizia un programma riformista, di cambiamento, chiedere come garanzia incarichi significativi per controllare e governare. Così facendo si sarebbe messa una zeppa, come si dice, nell’ingranaggio politico in atto: con la Lega in declino e Fratelli d’Italia che ha bisogno ancora di tempo per sostituirsi e diventare punto di riferimento dei centri del potere lombardo.

    Un partito che negli ultimi 15 anni si è alleato con tutti e il contrario di tutti poteva benissimo spiegare così la posta in gioco, riprendersi il pallone e, soprattutto, la prima regione d’Italia. Niente da fare, anche lì la nomenclatura si è chiusa a riccio, ben sapendo che una simile operazione politica li avrebbe messi fuori gioco, che un nuovo gruppo dirigente doveva scendere in campo e prendere le redini del partito. Invece no, tutti a gridare quanto son cattivi gli altri che comunque hanno scelto di giocare la partita e non di restare in panchina a guardare. Sempre più soli e con sempre meno tifosi.
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