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    Il medico di Lampedusa: “Tutti i migranti sono fragili, anche a rischio suicidio�

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    ROMA – “A Lampedusa ho perso un ragazzo, si chiamava Mustafà. Si è impiccato a causa del malessere psicologico provocato dalla paura di essere rispedito indietro. Non poteva rimanere nel limbo, non poteva stare nel terrore di essere rimandato in Libia. Mustafà è morto ma non aveva malattie fisiche, non aveva nessuna malattia, era sanissimo da un punto di vista somatico. La sua fragilità si chiamava profonda sofferenza maturata durante il viaggio, le torture e lo spavento per aver attraversato quel mare. Il malessere psicologico è una malattia reale”. Pietro Bartolo, il noto medico di Lampedusa ed europarlamentare dal 2019 non ci sta a lasciar passare l’espressione ‘Carico residuale’ quando si parla di migranti. “Tutte le persone sulla nave Humanity 1 tocchino terra”, aggiunge. “Li stanno trattando come merci, come ‘carico residuale’ appunto- continua Bartolo- poi parlano di numeri e mostrano le percentuali sugli arrivi. Sono esseri umani, non numeri o merci. Soprattutto non sono nemici. I confini si difendono da chi è bellicoso ma questi sono poveri disgraziati che noi stessi, con le nostre economie, abbiamo costretto a partire”.Bartolo ha lavorato per 38 anni come medico a Lampedusa e nella sua lunga carriera ha visitato più di 3.450 persone. “Ero un medico Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera) a Catania, salivo a bordo delle navi e verificavo se c’erano malattie infettive per proteggere la nostra incolumità. Non ho mai visto infezioni virali, mentre ho visto ipotermia, disidratazioni, ustioni e disagio psicologico. Per questo motivo considero tutti i migranti persone fragili e pensare che le malattie siano solo quelle fisiche è assurdo”.

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    Durante la sua attività non ha “mai visto o sentito minacciare un suicidio da una persona che ha patologie del corpo, mentre ho sentito minacciare il suicidio e addirittura eseguirlo da parte di persone che non avevano nulla. Devono scendere tutti dalla nave, perché vengono da situazioni incredibili. Sono tutti fragili, non solo le donne e i bambini, anche i giovani e gli uomini che hanno affrontato sofferenze, violenze, umiliazioni e ferite. Le ferite dell’anima poi sono molto più difficili da guarire di quelle del corpo”.

    Parlare di ‘carico residuale’, quindi, agli occhi del medico significa “operare una distinzione crudele, disumana e vergognosa. Sono persone con un nome, un cognome e una storia. Hanno bisogno di mettere un piede a terra, rimandarle indietro è anche una violazione del principio del non respingimento (non refoulement) previsto dalla convenzione di Ginevra. Il respingimento è illegale, si stanno violando diritti umani, leggi e accordi internazionali. Ma poi per rimandarli dove? Di nuovo in Libia? Non è un porto sicuro- conclude Bartolo- in Libia farebbero una brutta fine. L’Italia è stata già condannata in passato per un evento simile, per aver rimandato delle persone indietro”.
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