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    A Roma manifestazione per la pace piena di ipocriti e vigliacchi (come il Pd di Enrico Letta)

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    ROMA – Scrivo dopo aver visto e letto della manifestazione dei 100mila scesi in piazza a Roma per la pace e contro la guerra. La maggior parte aveva più di 50 anni, ed è sempre bello ritrovarsi dopo tanti anni e risentirsi giovani. Come negli anni ‘70 quando il mondo era diviso in modo netto e gli infami erano sempre in Occidente e tutti ‘servi della Cia’. Ha fatto bene l’ex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a starsene a casa, era impossibile per lui che fino a ieri stava a lucidare e tener pronte le armi dell’esercito ritrovarsi con quelli che vogliono mettere fiori nei cannoni. Ma comunque voglio anche sottolineare le tante ipocrisie che ho letto nei volti dei politici e dei manifestanti, dietro i loro slogan e bandiere.

    Prima di tutto Giuseppe Conte, leader del ‘nuovo’ M5S, che adesso veste e urla slogan di sinistra e fino a ieri governava con la Lega del peggior Salvini, Forza Italia di Berlusconi fino ad arrivare al Pd di Enrico Letta. Siamo in presenza, anche vestito col girocollo d’ordinanza, del peggior trasformismo populista che solo i gonzi possono pensare sia il rinnovamento della sinistra italiana o solo della politica italiana. Un avvocato che, tra una lezione e l’altra, fino all’altro ieri curava pratiche legali di personaggi quantomeno strani, indicato come premier da uno che si dilettava a fare il dj, beh soltanto chi è disposto a staccare i neuroni può pensare sia l’uomo del rinnovamento. È soltanto un politico baciato dalla fortuna (che non è un male) che nella tristezza e smarrimento del momento attuale è riuscito a cambiar l’abito e a presentarsi in pubblico sapendo che tanti disperati erano pronti a seguire qualsiasi persona li degnasse di attenzione.

    E fanno pena quei dirigenti del Pd, area di sinistra (vabbè), che fino a poche ore fa e per decenni hanno occupato e condiviso posizioni di governo, cercare di mischiarsi nel mucchione dei manifestanti pensando che i salamelecchi verso il M5S di Conte bastino come lasciapassare per le future condivisioni di posti in lista e nel governo che verrà (pia illusione). Sono l’altra faccia della stessa medaglia populista, che si badi bene niente ha a che fare col popolo ma soltanto con la convenienza e ricerca spasmodica del consenso elettorale. Quei dirigenti dell’area di sinistra del Pd (vabbè) sono responsabili allo stesso grado del segretario uscente Enrico Letta, e quindi sarebbe bene che anche loro preparassero la loro uscita di scena, lasciando la prima linea ad una nuova generazione di dirigenti, che già c’è da tanti anni lavora nei territori, che fa cose egregie e di sinistra, che finora le logiche delle ‘correnti romane’ hanno snobbato e tenuto ai margini. Tocca a loro darsi da fare, per rimuovere il vecchio, aprire porte e finestre, misurarsi con le sfide, sbagliare e correggere.

    D’altra parte il fallimento del Pd, che fino adesso abbiamo visto, è scritto nella manifestazione di ieri: con Enrico Letta che cerca di partecipare, che viene contestato pesantemente e che decide di filarsela in sordina. Senza rimanere lì a ribadire le ragioni Dem. Invece è  apparsa la vera immagine di quello che finora ha fatto il Pd: starsene a guardare, approfittando del momento, fregandosene dei cittadini che a loro guardavano, non accettando critiche, ritenendosi al di sopra del ‘popolo pezzente’ perché la questione era sempre ‘un’altra’ (forse il mantenimento dei loro posti e privilegi).

    Non solo i politici, anche tra i manifestanti, tanti, c’era una ipocrisia che si tagliava a fette. Non hanno mai cambiato idea, ieri come oggi, loro si ritengono sempre al di sopra e non hanno mai colpa, ma una scusa a portata di mano: è colpa della Nato, degli Stati Uniti, di chi usa le armi e via così. Capisco i giovani, che ieri per la verità in pochi sono scesi in piazza, con la scuola a pezzi studiano poco e male, facile preda di slogan acchiappa consenso per chi subisce ingiustizie in Italia e in questa parte del mondo. Ma non perdono i tantissimi 50enni che giocano a fare i pacifisti sapendo bene che tanto muoiono gli altri, che le bombe e la distruzione stanno lontani dalle loro comode abitazioni e abitudini. Al centro della manifestazione c’è la guerra scatenata da Putin al popolo ucraino. Sono 9 mesi che la soldataglia russa, mercenari e razziatori, sta uccidendo e devastando un paese libero, che non voleva e non vuole inchinarsi di fronte alle armate del nuovo Hitler (o Stalin, la dittatura colpisce sempre allo stesso modo chi si oppone) e ieri i 100mila gridavano pace subito, pace adesso. Ma che pace sarebbe questa? Quella decisa da Putin, che alla fine risulterebbe vincente, si prenderebbe metà Ucraina pronto alla prossima guerra.

    Una pace non è vera pace se non passa dalla verità, dal riconoscimento di chi è colpevole di un crimine e ne deve rispondere, chi è la vittima da tutelare. Una pace, una vera pace, non si trova se non si afferma che questi dittatori, tutti i dittatori, presto o tardi saranno chiamati a rispondere dei loro delitti nei tribunali internazionali. Una pace, una vera pace, non si troverà se non si favorisce da adesso il processo democratico, il rinnovamento di società in mano a cricche politico-mafiose che accumulano miliardi e rubano ricchezze grazie alla propaganda. Una propaganda totale che attraverso i mezzi di comunicazione, unici a trasmettere, sottomette il volere dei loro popoli.

    Anche in Russia, in questa Russia, c’è una parte di popolo che non si arrende, che manifesta contro il dittatore Putin, viene arrestata e torturata. Venerdì scorso ho incontrato i rappresentanti di Memorial Italia, una fondazione nata dopo il crollo del regime sovietico per ricordare e continua a leggere sul sito di riferimento

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