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    Ora Meloni spaventa il Pd, i dem: “Non stiamo a bagnomaria, accelerare il congresso”

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    ROMA –  Adesso nel Pd è allarme rosso. “Cinque mesi così non li reggiamo. Non possiamo stare a bagnomaria. Dobbiamo accelerare il congresso”, spiegano i Dem a margine delle votazioni alla Camera. Quale sia l’effetto di Giorgia Meloni sulle minoranze lo spiegano meglio di ogni altra cosa gli applausi. Quattro volte arrivano anche dalle opposizioni, anche quando Meloni li bacchetta. E alla fine del discorso, una deputata dem, frastornata, applaude insieme alla maggioranza. Cose che capitano. Al Pd Meloni mette paura, non tanto per le cose che dice, quanto perché le dice.

    La rivendicazione del primato della politica, col suo governo che dopo l’esecutivo Draghi è espressione di una maggioranza elettorale, parla direttamente ai Democratici. “La legittimazione viene dal popolo”, ricorda Meloni. Che è come dicesse: e voi, siete capaci di farvi legittimare? L’identificazione tra partito e governo è il nervo scoperto dei Democratici. Un’accusa ma anche un’autocritica, talvolta. Ora la sfida di Meloni. “Non condivido neanche una parola di quello che ha detto, ma è chiaro che se lei fa politica dobbiamo farla anche noi. Non possiamo stare cinque mesi ad attendere che si compia il congresso”, spiega Matteo Orfini. Tanto più che Giorgia Meloni non si limita a fare la destra, nel suo discorso fa incursioni a sinistra. Sulle donne, ad esempio. Di fronte alla prima donna premier che riporta la politica lungo l’asse Parlamento-Palazzo Chigi, non bastano le critiche di prammatica. “Ho sentito dire che io sarei una donna che vuole le donne un passo indietro agli uomini. Guardatemi: vi sembro una donna che sta un passo indietro agli uomini?”, risponde Giorgia Meloni a Debora Serracchiani nella replica.

    Dalla Meloni arriva un’offensiva culturale in piena regola, che ha l’ambizione di parlare al Paese prima che al ceto politico. Non si può stare a guardare. “La politica non può essere sospesa”, spiega Andrea Orlando. “Qualcosa lo si può fare già adesso. Bisogna riunire i gruppi, decidere quali priorità seguire, dare un segnale che parla al Paese a cominciare dalla direzione di venerdì che non può essere un fatto puramente regolamentare”.

    Enrico Letta assicura che il parlamentino dem darà il via al congresso. “E sarà un congresso costituente”, promette. Ma nel partito si allarga l’area di chi pensa a una modifica delle regole per tagliare i tempi dell’assise. “Io sono laico sulla modifica delle regole”, commenta a tal proposito Orlando. Tanti, anche in Base riformista, vogliono un congresso più rapido. “Potremmo accorpare la fase della presentazione delle proposte e le primarie, in modo da limitarle a due soli turni: quella tra tutti i candidati e dopo 15 giorni il ballottaggio. Ma non possiamo stare fermi”, dice ad esempio Piero De Luca. Il tema verra’ posto venerdì in direzione. L’interlocutore principale di queste spinte è ovviamente il segretario traghettatore. A Letta spetta decidere se assecondare o meno la compressione dei tempi congressuali

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