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    Quito, Ecuador: dove i migranti venezuelani hanno una nuova chance

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    (Dal nostro inviato Brando Ricci)

    QUITO (ECUADOR) – “Quando ho attraversato un momento molto difficile mi è stata tesa una mano: ora restituisco il sostegno che ho avuto aiutando la comunità e gestendo anche corsi di cucito. L’obiettivo è che le persone si rendano indipendenti il prima possibile, pronte per iniziare un nuovo percorso”. Aura Barrera è calma ma determinata mentre racconta all’agenzia Dire la sua esperienza di leader di comunità nel centro comunitario di La Gatazo, nel sud di Quito, la capitale dell’Ecuador.Migrante venezuelana, vive in Ecuador da cinque anni e adesso è la referente per i suoi concittadini che abitano la zona di Biloxi, una delle aree della parte meridionale della capitale che usufruisce dei servizi offerti dal centro di La Gatazo.

    ASSISTENZA SANITARIA PER LA COMUNITA’

    La struttura è stata fondata 20 anni fa ed è gestita dalla Serve di Gesù della carità, un istituto religioso femminile presente in diversi Paesi, ed è principalmente un centro medico, che fornisce servizi di assistenza sanitaria accessibili a tutta la comunità con una particolare attenzione per le famiglie vulnerabili, i minori, le madri sole e le persone anziane. Nel 2017 il quartiere è diventato un punto di arrivo di decine e decine di migranti, soprattutto venezuelani in fuga dalla crisi economica e dalle complesse vicende politiche del loro Paese di origine, e il centro ha iniziato a sostenere anche questa fascia della popolazione.“All’inizio le sorelle si avvicinavano dopo la messa: ci chiedevano se eravamo venezuelane e se avevamo bisogno di sostegno e a quel punto ci aiutavano donandoci del cibo”, ricorda Barrera. “Poi abbiamo iniziato ad attivarci noi in prima persona, ogni martedì ci occupavamo della consegna degli aiuti. Con lo scoppio della pandemia di Covid-19, le religiose ci hanno incaricato di aiutare le nostre rispettive comunità, monitorando e registrando le necessità di ognuno”. I settori che si rivolgono al centro di La Gataza sono sei, per un totale di 380 famiglie di migranti venezuelani.Proprio durante l’emergenza sanitaria, nel 2021, è intervenuta a sostegno di La Gatazo la fondazione italiana Avsi, presente in Ecuador dal 2001.

    CONTRIBUTI INTERNAZIONALI

    Nell’ambito di una serie di progetti finanziati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e dal Programa Regional sobre Migración (Prm), un’iniziativa implementata dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e sostenuta economicamente dal dipartimento di Stato americano, l’ong italiana ha apportato una serie di migliorie a livello infrastrutturale, dotando il centro di alcuni bagni, di un nuovo consultorio e di un veranda esterna, e ha dato il suo sostegno nell’organizzazione dei corsi che si tengono nella struttura, interrotti durante la fase iniziale della pandemia ma prossimi a ripartire.Il contributo di Avsi si sviluppa lungo tre assi che informano trasversalmente ogni iniziativa: protezione comunitaria, pianificazione urbana ed edilizia e inclusione socio-economica.

    MADRE CLEMENTINA

    Concetti che tornano nelle parole di madre Vinka Banozic, conosciuta da tutti come madre Clementina, la religiosa responsabile della struttura di La Gatazo, giunta in Ecuador dalla Croazia 36 anni fa, residente nel sud della capitale dal 1998. “Quando sono iniziati ad arrivare in gran numero i migranti venezuelani ci siamo trovati in difficoltà, ma abbiamo iniziato subito ad aiutarli, ad esempio trovando loro sistemazioni e fornendo vestiti e medicine”, spiega madre Clementina. Con gli anni il supporto alla comunità è evoluto e si è articolato, prosegue la religiosa. “Il sostegno psicologico che già fornivamo è stato ovviamente ampliato anche ai migranti venezuelani, abbiamo organizzato anche degli incontri intitolati ‘travesia’, in cui le persone potevano raccontare il loro lungo viaggio”.

    E poi il lavoro, altra componente fondamentale della visione del centro. “Abbiamo organizzato diversi corsi, inizialmente soprattutto nel settore dell’estetica, rivolti alle donne”, riferisce madre Clementina. “Negli ultimi due anni invece abbiamo avviato percorsi di studio con la Pontificia Universidad Católica del Ecuador (Puce), prima in psicopedagogia e ora in infermieristica”.

    500MILA VENEZUELANI

    Quella dei cittadini venezuelani è stata una delle migrazioni più significative dell’ultimo decennio. Stando ai dati dell’Oim, negli ultimi anni almeno sei milioni di persone hanno lasciato il Paese, governato dal presidente Nicolàs Maduro e alle prese con una crisi economica e di approvvigionamenti di beni essenziali. In Ecuador, sempre secondo l’organismo dell’Onu, vivono al momento poco più di 500mila venezuelani. Nel 2020 il governo di Quito ha erogato un visto umanitario temporale, definito Verhu, che è ormai scaduto per quasi tutti i beneficiari. L’esecutivo del presidente Guillermo Lasso ha già annunciato la creazione di un nuovo percorso di regolarizzazione, il visto Virte, che a partire da febbraio 2023 riguarderà anche le persone che hanno fatto ingresso nel Paese illegalmente, almeno nei piani delle autorità locali.In Ecuador vivono inoltre quasi 59mila rifugiati politici, stando a quanto riferisce l’Unhcr, fra i quali diversi venezuelani. Fra questi c’è anche Marìa Francesca Bottaro Gonzalez, che nel centro di Quito gestisce un “albergue temporal informal”, ovvero una sorta di ostello informale per migranti, appoggiato economicamente e organizzativamente da Avsi dall’anno scorso. “Al momento vivono qui 13 famiglie, che pagano una piccola quota e hanno accesso a tutto, servizi igienici, una cucina, un piccolo negozio, la connessione a internet”, riferisce all’agenzia Dire salendo le scale, scortata amichevolmente dal cane Tesoro, e aprendo la strada verso una piccola terrazza posizionata nel cuore della capitale.”Avsi mi ha aiutato molto, soprattutto con le ristrutturazioni” prosegue Gonzalez, in Ecuador dal 2019. “Questo posto non era come lo vedete ora, colorato e funzionante”. All’ingresso della struttura un murales ricorda il marito della rifugiata, Gilberto Rafael Martinez Daza, che gestiva l’”albergue” insieme con donna prima dell’arrivo di Avsi e che è deceduto a causa del Covid-19 l’anno scorso. “Il processo di rimessa a nuovo di questo spazio è proceduto parallelamente all’elaborazione del lutto, in tutto questo periodo non sono mai stata lasciata sola” dice la titolare del rifugio. “E’ stato molto di più che gestire un ostello, è stato tornare ad avere un motivo per vivere”.
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    Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it

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