di Consuelo Viviana Ferragina*

Il caso di Willy è veramente un caso indicibile, sono troppi i paradossi con cui ci si impatta nel ragionare sull’irragionevolezza di una morte così atroce, eppure è accaduta e come sempre avviene in questi casi, con un tornado così imponente, l’opinione pubblica si spacca in più parti.

C’è infatti chi alimenta l’odio razziale e considera per questo irrilevante la perdita di un ragazzo di colore e chi invece difende il diritto umano all’esistenza che si muove in forma rovesciata rispetto alla corrente opposta.

Il punto è che non si tratta di stabilire dove è la ragione e dove il torto, perchè di fronte ad una morte così violenta, vengono meno tutti i presupposti di giudizio, siamo di fronte infatti, ad una pulsione che non si è lasciata negativizzare da nulla, siamo al cospetto del culto della violenza fine a se stessa che chiama altra violenza, che ha sete di altra violenza, che professa la violenza come un credo irriducibile, anarchico, impossibile da sublimare.

Non siamo di fronte al caso di semplice odio razziale e del clichè “se l’è cercata” o del “poteva farsi i fatti suoi”, no!

Willy i fatti suoi non se li è fatti, ha voluto mostrare il volto altruistico dell’essere umano ed è stato punito con la morte, quasi come se non ci fosse più spazio per l’umanità in questo mondo.

Sembra che una volta innescato il meccanismo della ferocia, essa non abbia altro limite se non di autoalimentarsi fino ad esaurirsi di fronte alla presenza di un corpo inerme, vinto, esanime.

Il destino dei quattro ragazzi incriminati di aver compiuto l’uccisione di Willy, è segnato da sempre, perchè nel loro più intimo azioni del genere erano pensabili e quindi possibili da realizzare, altrimenti un freno a tanta crudeltà sarebbe caduto sul campo di battaglia, avrebbe decretato la fine senza decretare però, la morte.

Ognuno sceglie di soggettivarsi in un modo consono a ciò che ritiene più prossimo e giusto per sé, Willy aveva scelto di essere altruista, i suoi carnefici, hanno scelto il percorso opposto e non sempre esiste una ragione al perchè si è buoni o cattivi, fortunati o sfortunati, semplici o complessi, accade semplicemente.

Possiamo addossare tutte le ragioni del disagio alla società, alla cattiva educazione, all’abbandono o degrado familiare ma questo non spiega comunque l’accaduto perchè un fiore può nascere anche in un deserto, anche l’aridità può dare frutto.

Si tratta, invece, di qualcosa di più intimo che ha a che fare con una scelta etica, che riguarda principalmente cosa noi ne vogliamo fare di ciò che siamo, come scegliamo di essere nonostante tutti i vincoli cui siamo sottomessi, perchè un essere umano anche nelle condizioni peggiori, può sempre scegliere responsabilmente cosa divenire.

In questa storia non è morto solo un ragazzo, ne sono morti cinque, perchè anche chi non ha scelto di soggettivarsi attraverso la morte, alla fine è morto, i superstiti, quelli che restano, ovvero noi, possono solo limitarsi ad assaporare il sapore amaro e ferroso del sangue versato ben sapendo che non sarà l’ultima volta che assisteremo a questa violenza da “Arancia Meccanica”.

*Psicologa-Psicoterapeuta