di Consuelo Viviana Ferragina*

L’emergenza sempre più prepotente dell’online su quelle che sono le esigenze della popolazione, è diventata ormai una realtà ineludibile.

Sembra infatti che tutto possa essere saturato ed inghiottito dal web: i webinar, le riunioni in stanze virtuali, stanno sempre più sostituendo le modalità in presenza, gli attuali scambi sono regolamentati da uno schermo separatore; processo reso ancora più accelerato dal contesto pandemico in cui siamo ormai prigionieri da più di un anno.

Ma è realmente valida l’offerta formativa del web?

Le università online promettono veramente ciò che pubblicizzano senza illudere coloro cui vi si affidano?

Il mondo del lavoro è drammaticamente destinato a cambiare per sempre oppure questa, è solo una parentesi condensata dove lo smart working rappresenta una specie di re per una notte?

Sono tutte domande lecite di difficile risposta, perché l’esito di un’operazione non si valuta in una temporalità ridotta ma necessita di anni di monitoraggio.

Tuttavia da un’analisi parzialmente approfondita, emerge che la preparazione offerta dalle università online, abbassa drasticamente il livello di preparazione generale, le dispense del web non sono in grado di saziare la conoscenza specifica che occorre padroneggiare di quel determinato argomento, così come i webinar non offrono il confronto aperto e democratico come vogliono promettere, piuttosto si osserva spesso un monologo esclusivo del pontificatore di turno che poco spazio lascia a dibattito o al contraddittorio.

Intanto si sta incrementando l’ignoranza nel senso latino del termine (mancanza di conoscenza) così come sta crescendo la maleducazione e l’aggressività, le risposte sono sature di voci che si accavallano e il rispetto dei tempi, dei modi e degli spazi si rimpicciolisce sempre di più.

In pratica c’è una gran confusione che non favorisce la stratificazione del sapere o il suo consolidamento, semmai il contrario, offre il fianco per un inoperoso impoverimento.

Ragazzini sempre più rapiti dal web incapaci di staccarsi da videogiochi, videochiamate o sfide virtuali, stanno perdendo il contatto con la realtà che per quanto sia difficile, resta pur sempre l’unica realtà possibile.

È anche vero che nel mondo si alternano mode e modi di fare, ma siamo sicuri che questo non è il preludio per l’affossamento della relazionalità fisica a favore dell’emergenza di questa nuova e, per tanto, ancora sconosciuta forma di vita sociale?

Non è facile prevedere dove questa bussola porterà l’umanità ma una cosa è certa, stiamo diventando una delle nazioni più ignoranti dell’Europa e quindi facile preda di colossi ben più potenti.

Nella legge di natura, il pesce grande mangia quello piccolo, lo scaltro scavalca lo stolto e un popolo povero di contenuti diventa facile preda di illusioni e può essere comodamente ammaliato o comprato senza troppi sforzi.

Veramente vogliamo questo per noi stessi?

Pare di si, anche perché non si corre ai ripari ma si fa in modo da investire sempre di più nel web, ed ecco che l’offerta di servizi online tra cui in primis le università riempiono pagine e pagine di pubblicità virtuale approdando su ogni schermo possibile cercando di fare quanti più proseliti nel tentativo di convertire gli studenti in “e-student”, ovvero in un semplice fruitore di informazioni anonime.

L’insegnamento è una cosa seria, non può essere ridotto ad una slide o una dispensa da vendere, esso è amore per ciò che si sa e che si desidera trasmettere.

Cosa ameranno le future generazioni? Ce lo chiediamo mai questo?

C’è un modo per rendere questo processo reversibile? C’è un modo per sedurre la persona alla fatica dell’apprendimento anziché al guadagno facile dell’esame superato online?

Esiste da qualche parte ancora un granello di speranza che non è ancora passato nell’imbuto di questa clessidra impietosa? Oppure siamo già condannati ad essere per chissà quanti anni a venire, un popolo perduto nell’ignoranza e nell’indifferenza?

*Psicologa-psicoterapeuta