di Consuelo Viviana Ferragina*

Il nome proprio è ciò che designa la nostra caratteristica più particolare, non si tratta di un nome comune con cui indicare oggetti, cose o rappresentazioni della realtà, ma è ciò che di noi è più singolare, intraducibile ed insostituibile.

Anche se i nomi propri si ripetono, per cui si hanno casi di omonimia, ci sarà sempre e solo una persona che porterà quel nome e che segnerà per tanto, la sua singolarità più particolare.

Chiamarsi con quel nome specifico, non è mai un fenomeno casuale, a volte ci sono persone che lo ereditano da un parente, spesso un nonno o una nonna e ci sono altre invece che rompono questa catena ereditaria per dare forma ad un’altra catena più eretica, se vogliamo ma che ha a cuore lo stesso identico destino ovvero serbare l’unicità irripetibile del soggetto.

Il nome è un marchio, un qualcosa che si applica alla persona e che vi aderisce per sempre, è una pelle che dura per la vita e il tratto che di noi fa innamorare vuoi che si tratti di legami familiari vuoi che si navighi nel mondo sentimentale dell’amore.

Quando ad un figlio si consegna il nome di un parente, si segna inesorabilmente anche il destino del figlio stesso, si attiva, infatti, tutta una serie di aspettative e fantasie che spesso incidono sulla vita del soggetto in modi del tutto sorprendenti.

È un abito spesso scomodo da indossare, perché il figlio, per definizione, è un altro da sé, è qualcosa di irreplicabile e quindi di totalmente diverso da tutto ciò che un’aspettativa genitoriale si auspica, designarlo con quel nome specifico, è solo un’illusoria speranza, un tentativo per accorciare la distanza tra ciò che si desidera vedere replicato e ciò che si è o si diventerà.

Anche quando l’eredità non è così diretta, si osserva lo stesso fenomeno perché come illustra bene l’opera pirandelliana, c’è sempre uno scarto tra l’essere dell’uomo e il suo apparire.

L’essenza del soggetto sta quindi tutta nel suo nome, cercare per tanto di far aderire la persona a quella che è un nostro irrealistico desiderio, significa destinarla ad una sofferenza senza spiegazione, significa piegarla senza indulgenza ad un volere malefico senza senso, perché non c’è niente in noi che possa rendere conto della sua unicità, non dipende, infatti, da noi il suo essere irripetibile ma soltanto dalla responsabilità che la persona stessa decide o meno di assumersi rispetto alla sua particolarità più particolare, rispetto alla singolarità che la abita, rispetto quindi all’amore per suo nome proprio.

*Psicologa e Psicoterapeuta