di Consuelo Viviana Ferragina

Con l’avvento del Covid, si è dovuto ripensare anche alla distribuzione dei membri familiari all’interno delle mura domestiche.

Ragazzi impegnati con la DAD e genitori in smart working, hanno inevitabilmente ridisegnato l’occupazione del suolo familiare affinché il lavoro di tutti potesse essere svolto in un parziale rispetto dello spazio altrui.

Eppure non è semplice gestire più persone all’interno di un unico ambiente di convivenza specie se poi questa convivenza diventa forzata ed imposta da cause di forza maggiore.

I dati indicano infatti un aumento di stress nei ragazzi, accompagnato da un inedito sviluppo dell’aggressività eterodiretta ed un incremento di separazioni che attesta come il maggior tempo passato insieme, non sia stato poi così foriero di positive riscoperte ma definitivo nell’evidenziare mancanze e differenze.

L‘occasione di viversi a stretto contatto, per molti nuclei familiari, non ha prodotto la riscoperta “del nuovo nel vecchio”, non ha favorito cioè l’apprezzamento delle diversità rendendole uniche e singolari bensì ne ha marcato ulteriormente la lontananza aumentando oltremodo la distanza che c’è in ogni singolarità.

Oltre a questo dramma se ne sta consumando un altro di non minore portata.

La positivizzazione di alcuni membri familiari a fronte della negativizzazione di altri, sta producendo un quadro di disperazione insolito: si vedono madri e padri costretti a separarsi da uno dei figli per tutelarne la salute minacciata da un possibile contagio, famiglie divise in due o più nuclei, per garantire una sorta di immunità a chi è più fragile o esposto.

Si cerca disperatamente di non far circolare il virus nelle case dei nonni, dei parenti più anziani talvolta facendo dei sacrifici insoliti o costruendosi giacigli di fortuna fino allo scampato pericolo.

Il portato psichico del tempo dell’attesa, produce significative cicatrici nella memoria di chi vive ore angoscianti in attesa dell’esito di un tampone o nel tentativo di farne uno quanto prima.

Il popolo italiano sta veramente combattendo una guerra inaspettata, insolita per certi versi bizzarra perché è contro un “nanonemico”, un virus nuovo che richiede tempo per essere conosciuto e quindi sconfitto.

Gli esiti dei resti che rimarranno, saranno sicuramente oggetto di sofferenza che se non parlata, resterà una capsula pronta ad esplodere come le tante bombe rimaste attive ancor oggi nel sottosuolo italiano.

Ed è proprio di questo sottosuolo mentale che bisogna avere paura, perché oggi si palesa sotto forma di insofferenza per una prossimità forzata ma domani potrà essere la sede di un dolore più grande, sconosciuto, oscuro che mangia da dentro la forza di reagire e per tanto come sempre è opportuno pianificare un piano assistenziale che non lasci sole le persone a sperimentare il male ma le accompagni nell’elaborarlo o semplicemente nell’accoglierlo.

*Psicologa-psicoterapeuta