di Consuelo Viviana Ferragina

Il concetto di riabilitazione in psicologia è alquanto complicato, riabilitare significa riportare il soggetto ad uno stato di funzionamento più o meno accettabile.

Accettabile per chi?

Per la società? Per la famiglia? Per le sfide che si è chiamati ad affrontare ogni giorno?

Nessuno può arrogarsi il diritto di ortopedizzare un individuo per renderlo consono o aderente al tessuto sociale o alle richieste che gli vengono fatte, resterà sempre uno scarto e uno iato tra ciò che si è e ciò che l’Altro ci chiede di essere.

Ebbene il concetto di riabilitazione poco si affianca al discorso psicologico dal momento che quest’ultimo, va, a mio parere, in tutt’altra direzione.

Si può riabilitare un arto, un fraseggio poco scorrevole, si può reintegrare la scrittura ed anche alcuni processi prassici, ma la psiche come si riabilita?

Più che di riabilitazione, si dovrebbe parlare di incontro, di una conoscenza particolare del nostro essere, di ciò che ci abita nel profondo e che si agita e reclama la parola attraverso il sintomo.

Un incontro che non è né scontato né facile da effettuare per via di tutta una serie di resistenze che si incontrano lungo il cammino e che rendono il percorso decisamente non facile.

La richiesta che oggi giorno viene fatta a carico della riabilitazione psicologica, va sempre più nella direzione della scomparsa del sintomo: hai l’ansia? E l’operatore prova a togliertela, soffri di attacchi di aggressività? E ci si concentra ad allontanare il soggetto, a volte con tecniche specifiche, dalle fonti ustionanti ed irritanti.

Eppure c’è in questa apparente soluzione qualcosa che sfugge, si offre così facendo solo una panacea al male del momento ma la reale soluzione che, ovviamente non esiste, non è neanche minimamente pensata come impossibile.

Ed è proprio l’incontro con l’impossibile che viene negato dalla riabilitazione tout court, ci si affaccenda a trovare la causa del male perchè tolta la causa si ha l’illusione che scompare l’effetto.

Questo determinismo causa-effetto va bene per le leggi della fisica, per alcune branche della medicina ma cosa succede quando lo applichiamo al campo della psiche?

Niente, non succede proprio niente, l’effetto resta, anche una volta individuata la causa perchè l’effetto, ovvero il sintomo, è resistente a qualunque trattamento, fa parte del soggetto, della sua singolarità di soggetto, del suo modo di soggettivare il mondo e di darsi una spiegazione a ciò che gli accade, togliergli il sintomo alle volte significa sottrargli una quota d’essere.

Per questo a mio avviso è necessario ripensare al concetto di riabilitazione in psicologia, più che risanare l’insanabile occorre procurare un incontro dell’individuo col suo sintomo, con le parole che dipingono la sua sofferenza affinchè la possa ri-soggettivare in forma nuova e singolare e per rendere, non inattivo, ma meno caustico il male provato.

La tendenza della società è quella di avere uomini integrati e liberi da conflitto, molti psicoterapeuti invece, rovesciano questa visione “orrifica” e si augurano un’umanità felicemente integrata nella propria imperfezione.

*Psicologa e psicoterapeuta