ROMA – L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) per aver interrotto i rapporti fra una madre e una figlia e per aver dichiarato la bambina adottabile senza aver prima debitamente cercato altre soluzioni. Gli argomenti adottati dai nostri Tribunali sono stati giudicati “insufficienti” dalla Corte europea, che ha anche condannato l’Italia a pagare un risarcimento a madre e figlia di 42.000 euro.

Inoltre, non essendo state ultimate le procedure d’adozione, la Cedu chiede alle autorità italiane di “riconsiderare rapidamente la situazione della madre e della figlia”. La vicenda era iniziata nel 2013 quando la donna (di Brescia e nata nel 1989) si era rivolta ai servizi sociali per chiedere aiuto contro il marito maltrattante. Insieme alla figlia (nata nel 2012) fu dunque ospitata per due anni in un centro di assistenza e seguita dai servizi sociali i quali, dopo prime valutazioni positive, cominciarono a mettere in dubbio la capacità della mamma di prendersi cura della bambina, continuando comunque a ribadire la presenza di un legame molto stretto e forte tra le due.

Fino al 2015, quando il pubblico ministero chiese la sospensione della responsabilità genitoriale per la mamma e la adottabilità della bambina. La madre si oppose quindi fino alla Cassazione, inutilmente, per poi rivolgersi alla Cedu. Stando ai giudici di Strasburgo, i Tribunali italiani non hanno adeguatamente proceduto a una valutazione delle capacità genitoriali della madre e della situazione psicologica della minore. Non solo: la Corte di Strasburgo ha sottolineato che non è la prima volta che l’Italia viene condannata per violazioni di questo tipo e che il nostro Paese è ritenuto responsabile di aver spezzato molti legami tra genitori e figli con procedure di affido, adozione o decisioni inerenti ai diritti di visita.
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