di Consuelo Viviana Ferragina*

Siamo sulla soglia di un cambiamento di abitudini e dello stare al mondo a tratti irreversibile, chi sta pagando il prezzo maggiorato di questo disastro umano, sono sopratutto i giovani, non solo per l’incremento delle patologie a carattere psicologico ma anche per l’insidia insita nella rinuncia a qualsiasi forma di contatto sociale.

Sono ragazzi quelli di oggi, che vengono lanciati nell’isolamento delle proprie stanze, lasciati soli a coltivare un silenzio interrotto sporadicamente dalla voce di un amico che attraversa uno schermo, con il quale si può condividere un gioco, un’informazione ma non più di tanto.

Sembra tramontata l’epoca dei baci, degli abbracci, delle strette di mano e di qualsiasi manifestazione che ci ricorda il nostro statuto di esseri umani.

La cosa grave è che queste nuove forme di asocialità stanno prendendo il sopravvento in modo remissivo e tacito, come se fosse stato seminato, in forma occulta, un modo nuovo di viversi e vivere i rapporti.

C’è paura, c’è insicurezza, viene repressa la speranza dopo poco che si è esortati a provarla, nulla è più come prima, dalla scuola, agli apprendimenti, sempre più informali, freddi, privi di calore umano, si sta abitando un modo inedito, mai pensato prima, un mondo in cui i ragazzi, già di per sé carichi di aspettative, sono costretti ad abbassare il tiro del loro futuro, a riprogrammare un’esistenza già poco definita, sullo sfondo di un’assenza di garanzia a qualsiasi livello.

La crisi economica è diventata ormai un dato certo, forse un po’ meno sono le proiezioni di questa che nel tempo potrebbe essere definita come l’estinzione definitiva dei rapporti umani.

L’essere umano messo nella morsa dell’imponderabile, dell’esitazione, pur di sopravvivere, accetta di tutto anche sacrificare i propri stessi talenti o le proprie potenzialità.

Con questo atteggiamento poco propositivo si destina nel tempo la gioventù ad inginocchiarsi, priva di ogni protezione, di fronte alla gelida divinità dell’indifferenza, dell’apatia che, se vogliamo, sono le nuove forme di depressione e disagio ultimamente sempre più frequenti tra i giovani.

Non ci sono modi per scongiurare una simile apocalisse, né cure predeterminate, c’è solo la speranza che tutto questo possa finire al più presto ma come è ben visibile, c’è anche un certo gusto a mantenere lo status quo esattamente nella stessa posizione, per avere un domani delle masse sempre più docili che hanno da tempo abdicato ai loro talenti e alle loro singole particolarità in nome di una salute che nessuno a priori può garantire.

Se tutto questo accadrà, sarà veramente difficile ripartire, il domani non sarà più un trampolino di lancio, ma soltanto uno stagno dove far fermentare il proprio dolore.

*Psicologa e psicoterapeuta