di Consuelo Viviana Ferragina*

La fase 3 di convivenza col virus non è priva di incertezze e dubbi.

Aver affrontato con tante polemiche, sbavature e difficoltà la fase 2, di certo, lascia poco spazio ad un pensiero ottimistico circa il prosieguo degli eventi.

In fondo scontrarsi con il reale significa proprio questo: non avere certezza di niente perchè da questo punto di vista il reale è “impossibile”, non può essere simbolizzato né raccontato in nessun modo, esso è crudelmente ciò che è.

Abbiamo assistito negli ultimi tempi a sfilate di complottisti, negazionisti, imprudenti, esaltati, iperprudenti ed esibizionisti, c’è infatti chi negava la reale esistenza del virus e chi, invece al contrario, si trincerava e sbarrava in casa nel tentativo di eludere il contagio.

L’oscillazione tra negazione ed affermazione, rappresenta la tipica spaccatura che si sostanzia tra i più utilizzati meccanismi di difesa: negare per allontanare da sé la paura e affermare per fare sostanzialmente la stessa cosa in forma rovesciata.

Gli atteggiamenti scabrosi oggetto di critica per i media sono stati rintracciati nella faciloneria con cui giovani e meno giovani si sono concessi il lusso di padroneggiare la propria libertà eludendo le regole imposte come se potesse esserci conciliazione tra una norma transitoria e l’uso della libertà individuale.

Imporre una norma significa porre un limite continuo sulla linea del tempo, ma se questo limite non è vissuto come apertura, come alternativa produce solo una spinta acefala, anarchica volta a negare il limite stesso.

Per tanto, la fase 3, se non si ripensano in modo saggio le mosse precedentemente fatte, potrebbe diventare la brutta copia di ciò che l’ha preceduta, con l’aggiunta di una sovra-esasperazione da parte della popolazione capace di alimentarne l’insoddisfazione invece di mitigarla.

Sembra infatti che l’attenzione venga rivolta sempre altrove, si è infatti, sempre alla ricerca di nuovi capri espiatori in grado di captare l’attenzione per eludere una riflessione circa il proprio reale malcontento: cortei antirazziali, manifestazioni contro le vittime di violenza domestica, striscioni solidali per ostaggi liberati, acquistano tutti il sapore di una supplenza necessaria per rendere vivibile la propria angoscia o semplicemente per non darle consistenza.

Eppure l’angoscia è una parte sostanziale della nostra esistenza, non è qualcosa che si può o deve curare come diceva bene Kierkegaard, perchè un concetto rivela tutta la sua impotenza a curare qualcosa, essa è una presa diretta sul reale, non è un disturbo dell’affetto, è il resto o eredità che il reale stesso ci lascia con tutto il suo portato di immodificabilità.

Spostare l’attenzione dall’universale al particolare significa offrirsi la possibilità per riflettere su ciò che non si può cambiare, per accettare l’opacità dell’esistenza invece di cercare continuamente scorciatoie o colpevoli contro cui puntare il dito per illudersi di sconfiggere la paura del reale.

Mi auspico, per tanto, che questa fase 3 possa beneficiare di riflessioni più accurate rispetto alla precedente per una ripresa sensata e consapevole, con una giusta dose di paura, prudenza ed inevitabilità.

*Psicologa e Psicoterapueta