di Consuelo Viviana Ferragina*

Quando si parla di competenze genitoriali non si sta parlando di un dato biologico innato  ma di un ruolo che si acquisisce con la pratica e la continua esposizione al figlio.
La genitorialità da questo punto di vista è sempre adottiva, perchè si sceglie di adottare una vita anche quando la si mette al mondo, particolarizzandone le cure per non renderla anonima e priva di senso.
Il genitore in fondo, è colui che dice “si” alla vita del figlio, è colui che l’abbraccia e la porta avanti impartendo regole e scegliendo in modo accurato sia i tempi di intervento che  la negoziazione degli ordinamenti o precetti.
Nel momento in cui si decide di dire “si” ad una nuova esistenza, si sta dicendo “si” anche ad un’assunzione illimitata di responsabilità che terminerà solo allo scadere della propria stessa vita, perchè un figlio lo si accompagna sempre, anche quando diventa indipendente, anche quando lascia il nido per costruirsene uno proprio, anche in quel caso si è genitori, del resto difficilmente si può smettere di esserlo, solo che lo si è in un modo diverso rispetto al tempo dell’infanzia, si destinano, infatti,  cure ed attenzioni diverse ma si è pur sempre presenti ed assertivi rispetto alle richieste della vita al mondo.
Non esiste tuttavia un manuale del perfetto genitore, perchè per fortuna non esiste al mondo un essere umano completo ed “ens causa sui” (causa della propria origine): buon senso ed amore dovrebbero essere gli ingredienti capaci di compattare il legame, di nutrirlo e sostenerlo nel tempo affinchè alla fragilità costitutiva dell’essere siano pronti a supplire il segno d’amore e la presenza fisica come sostegno nei momenti di difficoltà.
I requisiti per non fallire in questo difficile compito, vanno dalla consapevolezza di ciò che si è, all’onestà e trasparenza di ciò che si vuole da sè e dagli altri, passando per tutta una serie di step intermedi che prevedono il rispetto della vita altrui e delle scelte singolari che ne contraddistinguono l’unicità.
Perchè ogni esistenza è unica nel suo genere e non è per tanto possibile applicare protocolli standardizzati nel trattare la ustionante mataria dei figli perchè ogni figlio è un capolavoro a prescindere dalla propria costitutiva insufficienza, perchè ogni figlio è destinato ad essere una negativizzazione delle aspettative dei genitori ma non per questo meno degno di considerazione ed affetto perchè si diventa uomini e donne attraverso percorsi spesso tortuosi dove il fare e il dire il contrario di ciò che viene imposto rappresenta una vera e propria battaglia per la propria  personale individuazione, se non si è pronti a combaterla, si sceglie comunque di destinare la propria vita ad una copia conforme del desiderio altrui, in questo ultimo caso si ha solo l’illusione di essere per i genitori dei figli perfetti e per i figli dei genitori ideali ma la realtà è che si indossa solo una maschera per coprire il vuoto centrale che ci abita all’interno.
Un genitore si può dire veramente riuscito, quando, a prescindere dall’età e dall’autonomia del figlio, riesce ad essere per lui il più prossimo ma allo stesso tempo il più distante possibile, Lacan per questo concetto coniò un termie singolare “estimo” che rende bene l’esteriorità intima di tutta questa intricata e difficile faccenda.

*Psicologa e psicoterapeuta