di Consuelo Viviana Ferragina*

 

L’essere madre oggi, impone una riflessione sul cambiamento sociale in cui la donna si trova a vivere.

La precarietà lavorativa, il ritmo sempre crescente che scandisce la successione degli impegni, retribuzioni non idonee per gestire le necessità di una famiglia, impongono spesso la rinuncia della maternità a una buona fetta della popolazione femminile.

Ma non è solo l’esiguità o la precarietà lavorativa che incide nella costruzione di una madre ma anche quella raffinata competenza che deve emergere all’atto della nascita di una nuova vita.

Offrire solo il seno, pianificare e soddisfare il solo bisogno organico, non permette l’emergenza di una vita ricca di senso, l’essere del bambino risulterebbe una mera fatticità gettata nel mondo senza significato alcuno.

Al seno occorre aggiungere il segno di amore, ovvero la particolarizzazione delle cure, il donare ciò che non si ha, nella veste di tempo, disponibilità e pazienza, disposizioni spesso mancanti o gelosamente custodite come non possibilità che rendono molte donne estremamente impermeabili al discorso maternità.

Le donne moderne sono implicate in una società che impone loro una scelta: o essere donna, totalmente donna, rinunciando così alla propria parte di madre reale oppure essere madre rinunciando alla donna.

Questo rasoio che recide sempre una parte di essere, ha delle conseguenze notevoli sul piano gestionale anche della prole.

Essere tutta madre significa a lungo andare, riassorbire il proprio prodotto, ovvero rischiare di essere Uno con il bambino non permettendogli un’adeguata differenziazione, ritardare il rilancio del Due come vita singola e differente.

Essere tutta donna, invece, significa rinunciare al completamento che un figlio consegna alla propria vita, all’appagamento, anche se illusorio, che si avverte di fronte alla presenza di un bambino.

Il poter conciliare la madre con la donna o viceversa, sembra oggi un privilegio di poche persone.

Una madre rinuncia alla carriera laddove una donna rinuncia ad un figlio perchè incompatibile con gli impegni lavorativi.

Entrambe vivono una mancanza che diventa il luogo di rilancio di un desiderio sordo e sconfitto in partenza.

Nella clinica inoltre si sta osservando sempre più spesso l’emergenza di patologie a carico dell’infanzia, (bambini iperattivi, aggressivi, oppositivi, violenti) proprio per questa eccessiva vicinanza della madre che non permette la gemmazione del Due, non favorisce dunque, la possibilità di un pensarsi diviso perchè è irreperibile quel desiderio personale capace di creare tale divisione, se la madre fosse presa da “Altra cosa”, il bambino avrebbe la possibilità di pensarsi non come completamento materno ma come vita distante, diversa, differente dal destino assegnatoli.

Tutte le esperienze totalizzanti creano i presupposti per una detonazione patologica.

Purtroppo una società ideale esiste solo nel pensiero di chi riesce a pensarla, i dati con cui ci confrontiamo ogni giorno sono allarmanti e disarmati allo stesso tempo: calano le nascite ed aumenta la longevità.

Tuttavia il destino dell’uomo non è stato ancora scritto, non è stata pronunciata l’ultima parola su ciò che diventeremo, l’apertura al possibile offre la speranza che in una società futura la madre diventi anche donna e la donna diventi anche madre con tutti i rischi che questa contingenza comporta.

*Psicologa e psicoterapeuta