di Consuelo Viviana Ferragina*

“Quando i genitori hanno dei progetti, i figli hanno dei destini” (Sartre) che spesso non sono mai felici.

Fare un figlio significa fabbricarlo prima nella propria mente attivando tutta una serie di fantasie su come sarà, su chi assomiglierà, su quali saranno le sue virtù o i suoi difetti.

Significa parlarlo prima ancora di farlo nascere disegnando una bozza di come si vorrebbe che fosse.

Questo detona il “destino” su cui la famiglia cerca di incastrare il futuro nascituro sperando in una quasi coincidenza con il proprio progetto.

Spesso accade però che l’incastro non risulti perfetto e che per quanto il figlio sia sì parlato e prefabbricato dal genitore, non ne ricalchi appieno il disegno.

L’essere umano infatti ha sempre la possibilità di sfuggire alle definizioni che gli altri gli attribuiscono, ha sempre la libertà di potersi rifabbricare in modo nuovo e singolare, sottraendosi così al destino originario che lo vuole in un certo modo.

Molti personaggi ordinari e storici considerati stupidi, si sono dimostrati geniali nel tempo, c’è chi aveva un difetto nell’attenzione (Walt Disney) o chi non parlava (Einstein), chi perchè donna ( e quindi costituzionalmente inferiore) non poteva scrivere e per tanto costretta ad usare pseudonimi maschili (George Sand o Mary Shelly) o chi semplicemente ritenuto debole di concetti e quindi inadatto a rappresentare l’idea che ci si era costruiti su di lui o lei.

La cosa importante da tenere a mente è che c’è sempre qualcosa che un soggetto può fare di ciò che è stato fatto di lui, o se si vuole, si può sempre soggettivare in modo nuovo ed originale tutto ciò che ci riguarda partendo dalle definizioni che ci hanno rappresentato da sempre.

Gustave Flaubert ad esempio era un bambino non desiderato, mal amato, nato in seguito a due aborti, in una famiglia dove troneggiava già un primogenito su cui si era investito in termini di aspettative e segnato profondamente anche egli da queste attese da non disattendere, eppure nonostante il suo essere “debole”, ovvero un bambino privo di parola, Flaubert ha saputo trasformare il suo destino privo di prestigio, in una vita ricca di successo, proprio attraverso quelle stesse parole che si rifiutava di pronunciare e che lo rendevano agli occhi della famiglia un figlio di scarto.

Questo per dire che l’ultima parola sul nostro essere non spetta agli altri ma a noi, è la persona che, per quanto sia segnata dalle contingenze della vita, può sempre rimaneggiare in modo unico le definizioni che la costituiscono per trarre da esse un capolavoro irripetibile.

*Psicologa e psicoterapeuta