di Consuelo Viviana Ferragina

L’eredità come trasmissione valoriale e come accesso ad una propria dimensione personale, è sempre un qualcosa che può andare incontro ad un fallimento drammatico .

Fallire un’eredità per un genitore, significa non rendere conto dell’unicità propria del figlio, significa incastrarlo in uno schema concettuale rigido, disegnandogli un futuro fantasticato non molto lontano dalle attese desiderate.

Essere un figlio di scarto, o più semplicemente essere uno “scarto”, accade in tutte quelle situazioni dove i figli non rispondono a questa ottusa omologazione ma si determinano in opposizione, facendo della stessa l’unico modo di stare al mondo.

Non si tratta di una semplice protesta ma di un modo singolare di determinarsi come individui e di darsi un’esistenza al di là di ogni investimento o carica ricevuta.

Non è facile comprendere per i genitori quando si sta andando troppo al di là di una semplice domanda che risponda al personale bisogno di vedersi simili al figlio e di vedere quest’ultimo come una proiezione senza sbavature di ciò che si desiderava, non è facile in poche parole per un genitore allentare la presa dal figlio e lasciarlo libero di determinarsi per come sente più giusto per sé.

Dietro questa tenaglia, si nasconde sempre la paura di perdere una parte di sé, perchè per quanto se ne voglia dire e per quanti detti ci sono in merito, un figlio è sempre e comunque il frutto ed il prolungamento di due corpi che l’hanno creato, la paura di vederselo sottrarre in nome di una giusta  autonomia, significa per il genitore riaccendere l’angoscia legata alla separazione, perchè non esiste solo il movimento del figlio nei confronti del genitore ma anche quello contrario, a volte molto più pericoloso perchè si tratta di un’angoscia diversa dove il vuoto relativo alla prima separazione dovuta al movimento dei primi passi, si ripresenta in tutta la sua forza in un’epoca dove ci si sente più fragili ed esposti, perchè forse più consapevoli e maturi.

Fallire un’eredità quindi, significa sacrificare la creatività dei propri figli per incastrarla in un progetto già dato aprioristicamente, è un po’ come costringere una persona ad indossare un abito che non le sta bene, l’effetto finale può andare dal comico al drammatico, senza passare per il “verso giusto” che corrisponderebbe al taglio personale, ovvero all’originalità che ha sempre il soggetto di abitare quell’abito in modo nuovo e personale.

Il saper accettare la differenza introdotta dalla presenza dei figli, significa rispettarne le precipue singolarità affinchè il domani non sia un prodotto oscuro o già dato ma tutto un divenire non ancora scritto.

*Psicologa e Psicoterapeuta