ROMA – Le diaspore, africane e non solo, sono sempre più al centro della cooperazione internazionale grazie a un nuovo Forum e a un riconoscimento che cresce anche a livello istituzionale. E’ l’ultimo passaggio di un percorso, ancora in divenire, fatto di determinazione e impegno e di un’analisi continua di identità e valori che i rappresentanti delle diaspore e i nuovi italiani portano avanti da sempre. Se ne è parlato oggi a Roma, nel corso di un incontro a più voci, organizzato dalla Conferenza delle comunità africane d’Italia (Ucai).

SERENI: “DIASPORE AL CENTRO CON FORUM E LINEE GUIDA”

Il ruolo delle organizzazioni della diaspora e in modo particolare delle diaspore africane nella cooperazione allo sviluppo è ormai un dato di fatto, stabilito dalla legge 125 del 2014, e lo sarà ancora di più nel prossimo futuro grazie al Forum delle diaspore e alle Linee guida sulla relazione fra le comunità migranti e lo sviluppo, pronte probabilmente entro la fine dell’anno. Ad dirlo è stata oggi la viceministra degli Affari esteri e della cooperazione allo sviluppo Marina Sereni, in un videomessaggio a una conferenza dell’Unione delle comunità africane in Italia (Ucai) in corso a Roma.

Durante il suo intervento Sereni ha riferito che il Forum delle diaspore, promosso insieme all’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim), “è stato finanziato con 1,5 milioni di euro e servirà per creare le condizioni strutturali utili a favorire il contributo delle associazioni migranti alla cooperazione allo sviluppo, rafforzandone le capacità tecniche”.

La viceministra ha reso noto che “la Direzione generale della cooperazione allo sviluppo (Dgcs) e l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) sono a lavoro nello sviluppare le linee guida che una volta definite e approvate, probabilmente entro fine anno, rappresenteranno un testo di riferimento per tutta la cooperazione italiana, il mondo profit e il no profit, allineando il nostro Paese ai donatori internazionali”. Un rappresentante della diaspora inoltre, ha ricordato Sereni, “già sede nel Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo”.Traguardi raggiunti e orizzonti che, secondo

Sereni, partono da un patrimonio “formato dagli oltre un milione di persone di origine africana che vivono nel nostro Paese, che hanno gettato le basi per una relazione forte”. La viceministra ha poi detto delle sfide comuni con l’Africa, da condividere anche con le comunità africane in Italia, in un’ottica di “partnership di valore fra istituzioni, associazionismo e società civile”. Fra i temi indicati dalla viceministra, “prevenzione e contrasto ai conflitti, creazione di percorsi di pacificazione, lotta al cambiamento climatico e gestione dei flussi migratori”.

BITJOKA (UCAI): “EVVIVA GLI AFRODISCENDENTI ECCELLENTI”

Portare a compimento il proprio progetto migratorio attraverso “la cultura della fatica, dell’eccellenza e del merito e mettendo da parte piagnistei”, magari anche nell’ottica di “diventare ambasciatori del Made in Italy al ritorno nel Paese di origine”. Un percorso individuale che diventa però collettivo, poiche così “la comunità di destino, con la condivisione, diventa la comunità di scopo”. Una traiettoria, quella descritta ai microfoni dell’agenzia Dire dal presidente dell’Unione delle comunità africane d’Italia (Ucai), Otto Bitjoka, che diventa appello ai giovani afrodiscendenti. Sono infatti loro i protagonisti della conferenza promossa oggi a Roma dall’organizzazione presieduta da Bitjoka, dal titolo ‘Le nuove generazioni degli africani d’Italia: un cambio di paradigma’.

Un cammino, quello immaginato dal presidente, che trae le sue basi dal lavoro di ricerca. Nel corso della conferenza infatti l’Ucai ha presentato il suo osservatorio, che vuole essere “uno strumento per le istituzioni e le imprese”.Come spiegato da Maurizio Pessato, vicepresidente e direttore scientifico del centro di ricerche Swg che ha curato l’iniziativa, l’osservatorio si articola tramite “indagini primarie su opinione pubblica, imprese ed esperti africani e attraverso indagini secondarie che partono da istituzioni ed enti italiani e internazionali”.

L’obiettivo è dare “sistematicità” alle tendenze che emergono rispetto alla percezione ma anche alle opportunità della migrazione, in modo particolare dall’Africa. Fra gli esempi fatti da Pessato, i dati raccolti sulla percezione di tensione sociale in relazione alla presenza dei migranti o quelli sull’integrazione dei figli dei migranti nati in Italia. “Entrambi mostrano tendenze positive, la prima in diminuzione la seconda in aumento, ma la situazione è ancora complessa”, ha commentato l’esperto.

Nel corso della conferenza Bitjoka ha presentato anche altri strumenti messi a punto da Ucai, come Youcai, piattaforma sviluppata per mettere in rete i professionisti registrati presso l’Unione e il centro di formazione Ucai Academy.

GIOVANI DI ORIGINE AFRICANA: “SIAMO REALTÀ, ITALIA CAMBI”

Un’Italia che non cambia la sua percezione dei migranti, che “è la stessa di quando ero piccola”, e storie di impegno che “è stato il doppio degli altri, perché dovevo essere il migliore dei migliori per riuscire a fare un salto in avanti”. Ma anche la consapevolezza “che io sono di più della mia cittadinanza, e che tante altre cose dimostrano al mondo quanto valgo”. Identità che si interrogano e storie personali che si dipanano durante un panel dedicato alle seconde generazioni oggi a Roma, nel corso di una conferenza organizzata dall’Unione delle comunità africane d’Italia (Ucai) proprio a tema giovani.

A prendere la parola è Boyobi Amata Bowle, nata in Italia da cittadini congolesi nel 1983, assistente sociale con un lungo percorso di formazione alle spalle. “Non ho frequentato molto la mia comunità da ragazza, i miei genitori non volevano, l’ho riscoperta più tardi”, racconta in riferimento al retaggio congolese. “L’Italia di oggi un po’ delude, rispetto ai migranti e ai loro figli non è così diversa da quando ero bambina, non riesce ad affrancarsi dall’idea dei barconi, dell’incomunicabilità, per questo si stupiscono tutti quando mi sentono parlare italiano”.Kevin Levy Medina è nato a Roma da genitori capoverdiani 29 anni fa, poi è andato a Capo Verde, a nove anni, e alla fine è tornato nella capitale italiana per studiare. Ora è medico chirurgo e specializzando al Policlinico Umberto I. “Ho vissuto tante esperienze diverse, non sono considerato italiano ma neanche straniero e ho visto però che fra italiani e figli di migranti non ci sono le stesse possibilità”, dice del suo percorso, diviso fra due mondi. “Ora non sono italiano e quando in sala operatori vogliono farmi passare come tale mi arrabbio e continua a leggere sul sito di riferimento

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